Camminare senza una meta precisa è parte integrante dell’esperienza. Venezia non si visita, si attraversa lentamente. Ed è proprio perdendosi che si inizia a entrare in contatto con la città vera, quella dove le voci che si sentono sono in dialetto veneziano e non in inglese.

Anche a tavola Venezia sorprende, soprattutto se si sceglie la via più semplice. I bacari sono l’anima gastronomica della città: piccoli locali informali, spesso nascosti tra le calli, dove si beve uno spritz a pochi euro e si assaggiano i cicchetti. Crostini, polpette, baccalà mantecato, sarde in saor: pochi morsi che raccontano la tradizione lagunare meglio di qualsiasi ristorante stellato. Vicino al mio hotel c’era il Bacaro Risorto, una vera certezza, frequentato soprattutto da veneziani. Ma il bello è proprio questo: basta curiosare un po’, allontanarsi dalle zone più affollate e lasciarsi guidare dall’istinto.

Lo stesso vale per le trattorie. Quelle autentiche non urlano, non cercano di attirarti con menu tradotti in cinque lingue. Sono luoghi semplici, spesso a gestione familiare, dove il cibo è sincero e il tempo sembra scorrere più lentamente. Se non senti parlare inglese ma solo veneziano stretto, sei nel posto giusto. Qui ci si ferma, si mangia bene e ci si sente, anche solo per una sera, parte della città.

Venezia è perfetta per un weekend, soprattutto se vissuta così: senza fretta, con attenzione, scegliendo con cura dove andare e dove sedersi. È una meta facile, sostenibile, intensissima, capace di regalare emozioni profonde anche in pochi giorni. Tra calli silenziose e bacari affollati, tra spritz bevuti in piedi e cene nelle trattorie di quartiere, si scopre una Serenissima diversa, più autentica. Ed è quella che, una volta trovata, ti rimane addosso.