Introduzione
Ci sono luoghi che non smetti mai davvero di visitare, anche quando te ne vai. La Sicilia, per me, è uno di questi. L’ho girata tutta, in tempi e momenti diversi della vita, ma la Sicilia occidentale meritava un racconto a sé. Forse perché è meno immediata, meno “cartolina” rispetto ad altre zone, o forse perché è quella che ti entra dentro piano, con la sua luce calda, le sue ferite ancora visibili e quell’anima araba che continua a vibrare sotto la superficie. Due settimane non sono state un viaggio, ma una vera immersione.
Ho scelto Mazara del Vallo come base, una decisione che rifarei senza pensarci. Mazara è un crocevia di culture, una città che guarda l’Africa e che racconta la sua storia nei vicoli della Kasbah, nei profumi delle spezie, nel porto vissuto. È un punto strategico per muoversi in tutta la zona occidentale, ma è anche un luogo che va vissuto la sera, lentamente, quando l’aria si fa più morbida e la città torna ai suoi ritmi autentici. Qui, nella Riserva di Capo Feto, ho riscoperto una Sicilia selvaggia, fatta di dune, vento e mare aperto, lontanissima dalle spiagge affollate. E sempre qui, una sera, con amici, ho vissuto una delle esperienze più vere del viaggio: una cena “dal cozzaro”, informale, senza fronzoli, con il pescato del giorno e il sapore di quelle serate che non si dimenticano.
L'Esperienza
Da Mazara partivano le mie esplorazioni quotidiane. San Vito Lo Capo è stata una tappa inevitabile, ma mai banale. La spiaggia, con la sua sabbia chiara e il mare quasi caraibico, è tra le più belle della Sicilia, ma ciò che rende davvero speciale questo luogo è la sua identità. Il cous cous qui non è solo un piatto, è cultura, memoria, incontro tra mondi diversi. Assaggiarlo significa capire quanto la Sicilia occidentale sia profondamente mediterranea, nel senso più ampio del termine.
La Riserva dello Zingaro è stata una delle esperienze più intense del viaggio. Ho scelto di viverla dal mare, affittando un gommone da Castellammare del Golfo. Navigare lungo quella costa frastagliata, entrare nelle calette, vedere la riserva da un punto di vista diverso ti fa comprendere quanto questo tratto di Sicilia sia ancora puro. Subito dopo, Scopello è stata una sosta obbligata, con i suoi faraglioni e quell’atmosfera sospesa nel tempo. Qui ho mangiato uno dei migliori pane cunzato del viaggio, comprato in un panificio locale: pane caldo, olio, pomodori, formaggio e acciughe. Niente di più semplice, niente di più perfetto.
Salendo verso l’interno, Erice è apparsa come un sogno medievale. Avvolta spesso dalla nebbia, silenziosa, elegante, è uno di quei luoghi dove il tempo sembra essersi fermato. Da lì, lo sguardo abbraccia tutta la costa e capisci davvero la geografia di questa parte di Sicilia. Poco distante, Segesta racconta una storia diversa, fatta di pietra e di mistero. Il tempio isolato, immerso nel paesaggio, è uno di quei luoghi che non hanno bisogno di spiegazioni: basta fermarsi, osservare, ascoltare il silenzio.
Ma è nella Valle del Belice che ho lasciato una parte di cuore. Gibellina nuova, con le sue architetture e le sue opere d’arte contemporanea, è una città che prova a rinascere. Gibellina Vecchia, invece, è un emozione forte. Il Cretto di Burri non è solo un’opera d’arte, è una ferita resa visibile, un modo per toccare con mano il passato, per camminarci dentro. Lì il silenzio è assordante e ti accompagna anche dopo che te ne vai. Intorno, la valle con i suoi ulivi racconta una Sicilia agricola, fiera, resiliente, dove l’olio non è solo un prodotto ma una tradizione identitaria.
Affaciata sul mare, Selinunte è stata una delle visite più impressionanti. Il parco archeologico è vastissimo, potente, travolgente. I templi affacciati sul mare raccontano la grandezza di una civiltà antica e il rapporto profondo tra uomo e paesaggio. Poco più in là, Sciacca mi ha sorpreso con la sua vitalità e con una pizza che non mi aspettavo: diversa da quella napoletana o romana, ma incredibilmente buona, espressione anche questa di una Sicilia che sa reinterpretare senza snaturarsi.
Trapani è stata un’altra tappa fondamentale. Città di pescatori, di vento e di luce, racconta il suo carattere tra il porto e il centro storico. Da qui partono le saline, uno dei paesaggi più iconici della Sicilia occidentale, soprattutto al tramonto, quando il cielo si riflette nell’acqua e tutto diventa irreale. Marsala, con l’isola di Mothia, aggiunge un ulteriore strato di storia: fenici, commerci, mare. E poi i Florio, simbolo di un’epoca, di una Sicilia imprenditoriale e visionaria che ha lasciato un segno indelebile.
E come ogni viaggio in Sicilia che si rispetti, non poteva mancare il finale dolce. Il cannolo di Dattilo non è solo famoso, è leggendario. Croccante, ricco, senza compromessi. Uno di quei momenti in cui capisci che anche il cibo può diventare memoria.
Questa vacanza mi ha segnato profondamente. Forse perché è stata lunga, forse perché intensa, forse perché la Sicilia occidentale non si concede subito, ma quando lo fa ti resta addosso. È una terra complessa, stratificata, bellissima, che alterna mare cristallino e cicatrici profonde, sapori decisi e silenzi che parlano.
Un ultimo consiglio, che vale davvero la pena: dedicare una giornata a Favignana partendo da Trapani. È un’escursione semplice, ma regala un altro volto della Sicilia, fatto di acque turchesi, calette e lentezza. Il modo perfetto per chiudere un viaggio che non è solo una vacanza, ma un’esperienza che continua a vivere anche dopo il ritorno.
La Sicilia occidentale non si visita. Si attraversa, si ascolta, si rispetta. E, se sei fortunato, ti entra nel cuore per non uscirne più.